giovedì 7 luglio 2011

Il petalo cremisi e il bianco: ode a Faber


Quando penso a un buon libro, tre sono i requisiti fondamentali a cui non posso rinunciare:
Deve essere scritto bene.
Deve avere personaggi credibili, ma soprattutto coinvolgenti.
Non deve far sentire la lunghezza, se è lungo, anzi, deve lasciarti, a fine lettura, quel senso di inconsolabile abbandono che si avverte dopo una vacanza appena terminata. Una bella vacanza.
Per me, Il Petalo cremisi e il bianco , dunque, è un buon libro. Un ottimo libro.
Sulla scrittura di Faber non penso di aver molto da dire, tranne che mi inchino a lui. Anzi, mi prostro. Sul serio, il ragazzo dimostra di avere ‘imparato bene la lezione’, per così dire. Sa quello che fa, e per la miseria se lo fa bene.
Pare che Il petalo abbia richiesto vent’anni di lavoro, tra ricerche e stesura. Quasi la lunghezza della mia vita (mi abbono qualche anno, va!). Che dire? Quando un’idea ti si annida dentro, ti chiama, la senti tua, è te che vuole…Devi assecondarla. E se assecondarla significa buttare giù un opera che per complessità e fluidità rasenta la perfezione, significa che non hai gettato al vento quei vent’anni, anzi.
E dunque, veniamo al libro. Stiamo parlando di quasi mille pagine, novecentottanta per l’esattezza.
Jane Austen diceva che se un libro è ben scritto, non è mai abbastanza lungo. Alice Sebold (di certo meno nota ed illustre della cara zia Jane) nella quarta di copertina sottoscrive: quando un libro è tanto lungo, deve essere valido, e questo lo è.
Io confermo. Anzi, se fossimo andati avanti per altre mille pagine, non mi sarebbe certo dispiaciuto. Ma si sa, tutte le storie prima o poi devono finire. L’importante del resto, non è tanto nel come vadano a finire, ma in quello che ti hanno lasciato durante il viaggio.
Perché ogni libro è un viaggio, e questo ne ha tutti i connotati, capace come pochi altri libri di portarti dentro ad un’epoca, in una città, la Londra vittoriana di fine Ottocento, e di farti scoprire, grazie ad una ricostruzione storica minuziosa e quasi maniacale, luoghi, persone, usi e costumi, sapori, odori, sensazioni.
E allora, perché non lasciarsi tentare dalla voce suadente di Faber che, io narrante, quasi fosse presente sulla scena, esorta a incamminarsi per le sue strade affollate, per i vicoli maleodoranti, per le signorili vie di Notting Hill, sulle tracce dei suoi personaggi? Qualcuno potrebbe obbiettare che è fastidioso. Altri diranno che è estraniante avvertire costantemente la voce dell’autore che ti esorta a proseguire, ti svela i retroscena, ti rende consapevole di quanto la scena non mostra. A me non è dispiaciuto, è stato come essere condotta per mano. Se Faber fosse stato meno bravo forse mi sarei ritratta contrariata, perché ammetto che è un gioco difficile da instaurare con il lettore. Ma il ragazzo sa il fatto suo, perciò mi sono lasciata trascinare.
Ho attraversato le infime strade di Silver Street, assistendo al degrado e all’abbruttimento di una società emarginata, che vive di espedienti, e ho fatto la conoscenza di Sugar, l’indiscussa protagonista dell’intero romanzo.
'Madame Bovary c'est moi', disse Flaubert del suo personaggio più famoso, quello che sentiva nelle viscere, marchiato a fuoco nel cuore. Faber dice lo stesso di Sugar. Sugar, la prostituta non ancora ventenne, dal fisico slanciato e la chioma ramata, dalla voce roca, le mani sgraziate e una fastidiosa psoriasi diffusa, che la rende squamosa come una lucertola. La meretrice più richiesta di tutta Londra, perché ha un cervello di tutto rispetto e non dice mai di no.
E’ soprattutto quest’ultima caratteristica a portare William Rakham nel suo letto, ma è senza dubbio la prima che lo affascinerà, rendendolo bramoso di averla tutta per sé, mettendo così in moto l’intero ingranaggio del romanzo.
William Rakham al suo primo incontro con Sugar è un uomo senza prospettive, qualche utopico e irrealizzabile sogno nel cassetto e poca voglia di impegnarsi seriamente in qualcosa. Ha una bella casa e una bella moglie ma vive di rendita, e ultimamente non gli va nemmeno troppo bene. Il padre, colosso delle profumerie, ha giurato che non gli passerà più nemmeno un ghello se non la smetterà di comportarsi come uno sbarbatello di primo pelo, infischiandosene dell’azienda di famiglia e passando tutto il suo tempo a bighellonare per locali con gli inseparabili compagni di merende Bodley e Ashwell, sfaccendati perdigiorno sempre informati sulle novità più accattivanti che la Londra notturna può offrire.
L’incontro con Sugar per William è dunque quasi catartico: per potersela permettere, vantando l’assoluta esclusiva su tutti i clienti del bordello per cui la ragazza lavora (gestito, peraltro, dalla cinica madre della stessa Sugar), gli servono soldi, quei soldi che adesso non ha, essendo da qualche tempo in tali ristrettezze da non potersi permettere nemmeno una carrozza personale, o un cappello decente, perdiana!
Quale migliore occasione per prendere due piccioni con una fava, rabbonire l’indignato genitore e ‘comprarsi’ Sugar, che mettere finalmente mano al carteggio delle profumerie Rakham che da mesi giace intonso sulla sua scrivania?
L’ascesa di William Rakham come industriale di successo inizia dunque da una malfamata casa di piacere, e con lui quella della bella Sugar, che con pazienza e sapienza riesce addirittura farsi trasferire dall’ormai facoltoso amante, ora capo indiscusso delle rinnovate profumerie Rakham, in un elegante appartamento tutto per lei, in quella parte di Londra indiscutibilmente chic dove gli uccelli tubano nel verde e le strade sono silenziose come conventi.
Potrebbe sembrare che tutto è bene quel che finisce bene, ma questi personaggi sono troppo vivi e complessi affinché la vicenda si concluda così. E in fondo, non siamo che a metà del viaggio.
Non vi ho infatti parlato del mio incontro con l’eterea Agnes, la bellissima moglie di William, una vera e propria bambola di porcellana.
E’ forse uno dei personaggi che ho amato di più, pur riconoscendone le evidenti debolezze: Agnes è viziata, superficiale, piena di pregiudizi ed estremamente infantile.
Ma Agnes è anche, a sua insaputa, gravemente malata (è uno di quei piccoli segreti svelati dall’io narrante al lettore, sottobanco). Ha un tumore al cervello che la condanna, con grande esasperazione del marito che la crede invece uscita di testa, ad avere degli atteggiamenti totalmente fuori luogo ad ogni occasione ed evento, motivo per cui passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa tra le quattro mura della sua stanza immaginandosi inverosimili e surreali viaggi al ‘convento della salute’, un luogo mistico e inaccessibile in cui spera di imbattersi nell’immortalità.
Fin qui abbiamo già una bella varietà di variopinti personaggi. Ma lasciate che vi parli di Henry Rakham, il fratello maggiore di William, colui che avrebbe dovuto ereditare le profumerie Rakham, ma, con ulteriore ed estrema costernazione del padre, ha preferito la vita spirituale a quella materiale, e, con l’amica di una vita, di cui peraltro è innamorato da una vita, Emmeline Fox, donna assolutamente indipendente ed emancipata per i tempi, tenta di redimere le prostitute dalla loro immorale condotta, sebbene con assai scarsi successi.
E che dire della piccola Sophie Rakham, la figlia dimenticata di Agnes e William? Sophie che ha passato i suoi primi sei anni di vita reclusa nella nursery, perché la madre aveva rimosso di aver avuto una figlia e per il padre era un impiccio di troppo trovarsela davanti?
Eppure, sappiate che troverete molto difficile biasimare William e condannare Agnes. Così come troverete difficile giudicare Sugar, ridere di Henry e sospirare sconsolati per Emmeline Fox. Nessuno di loro è un personaggio veramente negativo, è questa la dimostrazione della bravura di Faber. Ognuno ha un vissuto personale che lo rende solo estremamente umano, imperfetto, predisposto all’errore, come tutti noi.
Oltre ai personaggi principali, sono da menzionare assolutamente anche quelli secondari, composti per lo più dalla folta schiera di servitori che lavorano in casa Rakham, ognuno con la sua personalità e la sua interazione con la vicenda, capace di mostrare l’altro lato della medaglia, il mondo silenzioso e sotterraneo che sostiene la borghesia corrotta che anima le pagine di questo libro, impedendole di afflosciarsi fino in fondo su se stessa.
Nondimeno, quando gli ingranaggi di quel meccanismo innescato con la presa di coscienza di William porteranno Sugar all’ultimo scalino della sua ascesa sociale, trasformandosi da peccaminosa amante e mantenuta, a donna rispettabile con un lavoro come istitutrice in casa dello stesso William, noi lettori sentiamo che in qualche modo la disfatta è vicina, e si sintetizza perfettamente nelle parole di Agnes Rakham: Non mi è mai piaciuto questo posto. Sa di un posto dove tutti si sforzano incessantemente di essere felici, senza il minimo successo.
Agnes, la povera Agnes, che detestava Jane Eyre perché, anziché ammirare la forza di Jane, si immedesimava in Bertha, la moglie pazza rinchiusa nella soffitta dal marito.
E qui mi piacerebbe aprire una piccola parentesi, perché credo di aver fiutato, da amante indiscussa del libro più famoso di Charlotte Bronte, un piccolo omaggio all’immortale Jane Eyre. I personaggi ci sono, o meglio, le parti da loro interpretate: il marito esasperato, la moglie troppo bizzarra per essere considerata a posto con la testa, l’istitutrice che cerca di fare luce sulla vicenda. Ma qui i ruoli si invertono. Cosa pensereste se Jane, anziché votarsi a Rochester, avesse aiutato Bertha a fuggire? E se Rochester stesso, dopo aver avuto Jane e perso Bertha, si fosse reso conto che non aveva mai amato altri che la perduta, folle moglie?
C’è qualcosa di intrigante in questo ‘remake’ totalmente fuori dagli schemi, lasciate che ve lo dica. Ma forse sono solo io che viaggio troppo con l’immaginazione!
Sul finale, per concludere questo sproloquio, che posso dirvi? Ho sentito più di una persona lamentarsi al riguardo, ma personalmente mi sta bene. Non è un finale degno della parola ‘fine’, certo, si sarebbe potuto continuare all’infinito a narrare le vicende di William, Sugar, Agnes e compagnia bella. Ma, come dice Faber congedandosi, questa storia doveva concludersi prima o poi, o lui non ne sarebbe mai venuto fuori. E se la sensazione è che abbia messo un punto, semplicemente, quando non se l’è più sentita di continuare, non posso biasimarlo. Vent’anni per scrivere un romanzo sono piuttosto lunghi…
Perciò, ode a Faber, e ai suoi incredibili, indimenticabili personaggi.

Questo week end, tempo permettendo, voglio vedermi anche la miniserie che ne è stata tratta. Qualcuno l’ha già vista? Impressioni?


domenica 12 giugno 2011

Oh, Bel-Ami...


Oh, Bel-Ami…
Georges Duroy, il protagonista dello splendido libro di Maupassant, è un personaggio decisamente difficile, scomodo. Potrete amarlo, per la sua astuzia e per quella magnifica faccia di bronzo che si ritrova, o detestarlo, per la sua bassezza e la sua meschinità, ma credo che in ogni caso, nel bene o nel male, non vi lascerà indifferenti.
Ma chi è l’affascinante quanto scaltro personaggio che ci consegna Maupassant tra le pagine del suo libro più importante?


Parigi, fine Ottocento. Georges Duroy, ex militare in Sudan e giovane uomo di incredibile bellezza, conduce, nonostante le aspirazioni, una vita al limite della povertà, sopravvivendo grazie al modesto lavoro come impiegato nelle ferrovie Nord.
Riccioli biondi, fisico snello e viso d’angelo, Georges, figlio di due modesti locandieri nato e cresciuto in un piccolo paese della Normandia, non ha tuttavia alcuna intenzione di rassegnarsi a questo magro destino. Ambizioso e senza pudore, l’avvenente giovanotto inizia la sua scalata sociale grazie alla generosità di un ex compagno d’armi, ora sposato e con una brillante carriera come giornalista, che gli tende una mano offrendogli un impiego nel giornale in cui lavora. Poco importa se le doti di scrittore di Georges rasentano lo zero. Quel che conta è farsi notare negli ambienti bene, nei salotti della Parigi influente, e, non meno rilevante, nei letti delle donne giuste, quelle importanti, che possono aprirgli tutte le porte.


Seguiamo così, pagina dopo pagina, la scalata sociale di un uomo senza grandi qualità, ammantato però di una sana dose di cinismo e indifferenza per chi gli sta accanto, che sfrutta secondo i propri comodi e le proprie necessità. La sua bellezza gli permette di avvicinare le donne più inavvicinabili, mentre il savoir fair gli concede di intessere le più raffinate relazioni sociali, col solo scopo, sempre davanti a sé, di innalzare la sua posizione. E, incredibilmente, al prezzo di molti cuori infranti e di bassezze degne del più amorale degli uomini Georges ce la fa, passando da squattrinato impiegato delle ferrovie, senza alcuna prospettiva, a diplomatico in carriera con una rendita da milionario.
Quello che lascia dietro di sé, in questa arrampicata sociale, è abiezione e crudeltà, ma poco importa.
Il fine giustifica i mezzi, direbbe Georges, che spesso e volentieri si rivela privo di scrupoli e totalmente sfornito di sentimenti.


Maupassant è un mago con le parole: poche pennellate per descrizioni che riescono a portarti scene intere davanti agli occhi. Interni borghesi perfettamente ricostruiti, rapporti interpersonali perfettamente esplicati tramite i dialoghi, il ritratto di una Parigi ottocentesca viva e in pieno fermento, i suoi locali alla moda, i suoi luoghi più charmant e quelli più degradati.
Mai una virgola fuori posto.
Un vero scrittore, senza dubbio.
Pazienza se il suo personaggio è odioso come pochi. Pazienza se è un uomo basso e sciagurato nelle sue scelte di vita. Maupassant non lo giustifica, piuttosto, lo spiega.
In modo perfetto ed accurato, tanto che sembra quasi di trovarselo seduto a fianco, con quel sorriso impertinente e i favoriti ben curati, a chiederti se gradisci un Maron Glacè.
Perché Georges ci sa fare con le donne, ed è questa la sua fortuna, l’occasione che gli permette di fare il salto di qualità.
Per sua buona sorte, ai tempi non si parlava ancora di femminismo, o non sarebbe stato tanto semplice, per lui, farla franca!


In conclusione, un buon libro, da leggere perché scritto magnificamente, con un protagonista ‘cattivo’ e assolutamente politicamente scorretto, che forse vi appassionerà, forse vi irriterà, ma senza dubbio vi incuriosirà, perché in fondo è anche molto umano, pieno di debolezze, gelosie, e risentimenti che, nonostante tutto, rendono, credo, impossibile odiarlo fino in fondo.

Prossimamente anche il film con Robert Pattinson nei panni del bel Duroy, che, a giudicare dalle immagini, promette bene. Lo spero, perché ultimamente al cinema stanno sfornando un film banale dietro l’altro.
Qualcuno ha notizie sull’uscita di Bel-Ami?

domenica 5 giugno 2011

La collina più alta: recensione e intervista con l'autrice


Titolo: La collina più alta
Autore: Sara Aldegheri
Editore: Zerounoundici Edizioni
Collana: Selezione
Genere: Sentimentale storico
Pagine: 224
Blog dell'autrice: Sara Aldegheri

Oggi ho un libro da consigliarvi, e una piacevole chiacchierata con la sua autrice da proporvi!
Se avete amato Jane Eyre e Orgoglio e Pregiudizio, come credo sia per la maggior parte delle persone che seguono questo blog, fidatevi, amerete certamente anche il libro di Sara Aldegheri, giovane e talentuosa scrittrice esordiente che si affaccia nel panorama dell’editoria italiana proprio con La collina più alta, romanzo storico-sentimentale ambientato nell’Inghilterra del XVIII secolo.
Siamo nel 1768, Jane Leighton, ventenne, è una ragazza di buona famiglia che, a causa degli enormi debiti di gioco del padre, sta per perdere tutto. Apparentemente ordinaria esteriormente, Jane è però una ragazza con la testa sulle spalle, una visione del mondo ben precisa, e una lingua sferzante che non le impedisce di esporre il proprio punto di vista, per quanto questo sia deplorevole vista la sua condizione di giovane fanciulla. A farne le spese, proprio all’inizio del libro, sarà soprattutto Mr. Hench, facoltoso e scorbutico gentiluomo della zona, che si vedrà ‘rimettere al suo posto’ dalla ferma determinazione della ragazza, per nulla intimorita dal suo aspetto autoritario e dalla sua posizione. Eppure, quando infine, alla morte del padre, i numerosi debiti accumulati costringeranno Jane e la sua famiglia a lasciare casa e affetti, sarà proprio Hench che tenderà una mano alla ragazza, offrendole un posto come cameriera nella sua tenuta, offerta che Jane, suo malgrado, si troverà costretta ad accettare, divenendo una sua dipendente a tutti gli effetti, e dunque costretta ad ‘ubbidirgli’.
La convivenza si rivelerà però da subito ostica e difficoltosa, e i numerosi tentativi di Hench di avvicinarsi a Jane, di cui comunque subisce il fascino, totalmente inutili. Perché Jane, sola, confusa e spaventata, dovrà prima di tutto rimettere insieme i pezzi di una vita andata in frantumi e affrontare un certo tipo di percorso interiore prima di rendersi conto che Hench non rappresenta una minaccia, ma un’opportunità: l’opportunità di essere felice, finalmente.
C’è molto realismo nel loro lento avvicinarsi, senza colpi di scena sensazionali, ma un progressivo studiarsi, conoscersi, comprendersi.
Perché Jane e Hench sono in realtà molto più simili di quel che entrambi potessero sospettare, spiriti affini, anime gemelle. Ma, allo stesso tempo, sono molte le difficoltà e gli ostacoli che entrambi dovranno superare per trovarsi, infine, in un rapporto paritario.
Perché finché Hench sarà il suo padrone, Jane non sarà mai veramente libera, ed è questa libertà, prima di tutto, che la ragazza dovrà conquistare, per poter crescere e scegliere senza vincoli o impedimenti.
L’autrice si dimostra, nonostante la giovane età, abile narratrice e acuta osservatrice, proponendoci personaggi finemente descritti, frutto dell’approfondita introspezione che sta alla base del percorso di crescita interiore di entrambi.
Perché non sarà solo la piccola Jane a maturare, divenendo una donna, ma anche il burbero Hench, che, grazie al rapporto con Jane comprenderà meglio se stesso, cambiando parte dei suoi atteggiamenti.
Una storia d’amore, dunque, ma anche e soprattutto un romanzo di formazione, in cui i protagonisti cambiano, si evolvono, sbagliano, cadono e si rialzano.
Una storia fortemente vera, che ha gli echi dei grandi romanzi di un tempo, cui l’autrice si è ispirata, ma anche leggerezza e ironia, sapientemente dosate per stemperare i toni più accesi e, talvolta, cupi. Scritta con indubbia bravura, fluida e scorrevole.
Assolutamente consigliato, se siete amanti del periodo e delle belle storie d’amore, ma senza miele e fronzoli.
E adesso, facciamo quattro chiacchiere con l’autrice, che è una persona davvero carina e disponibile!

• Ciao Sara! Benvenuta su Piccolo Sogno Antico! Parlaci un po’ di te, dei tuoi interessi e di come è nata la tua passione per la scrittura…


Ciao Francesca e grazie per avermi voluta qui con te. La mia passione per la scrittura direi che è nata insieme a me, e che siamo cresciute insieme. Col tempo è stata affiancata ad altre passioni forti (l’arte, i viaggi, la storia), ma non è mai passata in secondo piano. Ancora oggi la scrittura è la mia cartina di tornasole: se non mi perdo in fantasticherie su possibili intrecci e se non sento il desiderio di scrivere qualcosa vuol dire che non sto bene…

• Scrivere, si sa, richiede pazienza e tenacia. Come ti sei mossa per la stesura del tuo primo romanzo, La collina più alta? Quali le difficoltà maggiori incontrate?

“La collina più alta” è nato in tre successive tappe. La prima stesura l’ho scritta di getto, in tre mesi, durante il primo anno di Università. Non è stato difficile, ero veramente molto ispirata e passavo ore a scrivere senza rendermi conto del tempo che passava. In seguito, approfondendo gli studi universitari e le mie ricerche personali, ho cercato di sistemarne l’accuratezza storica, e questo direi che è stato il momento più delicato. Poi, per una serie di circostanze, il romanzo è rimasto fermo per molto tempo, quasi dimenticato. Era concluso, sembrava pronto per essere letto da qualcuno, ma in realtà sentivo che non lo era veramente. Dopo alcuni anni sono riuscita a capire che cosa mi frenasse, l’ho sistemato e ho deciso che era arrivato il suo momento.

• Ho trovato, nel tuo libro, una perfetta e precisa ricostruzione storica degli usi e costumi dell’epoca, segno di un’approfondita ricerca. Hai compiuto degli studi specifici o è solo una grande passione portata avanti con impegno?

Sono sempre stata appassionata di storia e mi ritengo fortunata perché, nel mio caso, studio e passione sono andati avanti a braccetto per diversi anni. Anche all’Università ho potuto dedicarmi a quello che più mi piaceva, a partire dai semplici esami fino alla stesura della tesi, che mi ha fatto immergere nella ricerca storica e storico/culturale in particolare. Ho cercato di rendere “La collina più alta” il più possibile aderente alla realtà del tardo Settecento inglese, ma devo ammettere che ogni tanto mi sono presa qualche piccola licenza letteraria ;-)


• Mr. Hench, il tuo protagonista, è un uomo illuminato: legge Diderot, diserta la chiesa e si da all’alchimia, credendo fermamente che solo grazie alla scienza si possano cambiare le sorti dell’uomo. Ti sei ispirata a qualche personaggio storico realmente esistito per dargli vita?


Sì, più o meno. Hench è un “uomo del suo tempo”, un intellettuale illuminato e convinto della forza della ragione contro le superstizioni e al servizio del progresso, e porta in sé, in particolare, un po’ di Diderot e un bel po’ di Voltaire. Non sono solo gli studi alchemici a renderlo uno scienziato: lo è perché guarda il mondo che lo circonda con metodo scientifico, perché per ogni cosa procede per tentativi, per ipotesi e confutazioni. Anche il suo modo di approcciarsi a Jane è, in un certo senso, scientifico: la studia e la indaga, tentativo dopo tentativo, per capire il suo carattere e le sue reazioni. Questo, lo sappiamo, non è il modo migliore per comprendere le donne… e infatti gli servirà quasi tutto il libro per capire Jane ;-)

• Leggendo il tuo romanzo si possono cogliere alcune influenze letterarie: Jane Eyre, Orgoglio e Pregiudizio e Pamela quelle che mi è sembrato di cogliere. Quali sono i tuoi autori di riferimento? C’è un genere che prediligi?

Il riferimento a Pamela è inevitabile, ma i due romanzi che mi hanno segnata e influenzata maggiormente sono gli altri due che hai citato. Sono cresciuta a pane e Austen, potremmo dire. Jane Eyre, invece, è il libro che ancora oggi mi rispecchia di più ed è quello che viene più rieccheggiato nelle pagine del mio romanzo.
Ho due maestri di stile, diversissimi tra loro: Umberto Eco e Michel Faber. Il mio genere preferito direi che corrisponde a quello che scrivo: l’ambientazione storica per me è imprescindibile, meglio se con vicende sentimentali annesse (è una mia debolezza e sarà dura disfarsene). Mi piacciono i romanzi dal sapore “aristocratico”, che trattano dell’amore con delicatezza e senza trascurare l’introspezione dei personaggi. Mi piacciono le storie che richiamano i vecchi “romanzi di formazione”, in cui i protagonisti vivono una sorta di percorso che li porta a cambiare psicologicamente. Infatti “La collina più alta” può essere letto sì come una storia d’amore, ma anche come il resoconto del percorso formativo di Jane, della sua maturazione da ragazza a donna.

• Victor Hugo diceva che ‘i veri grandi scrittori sono quelli il cui pensiero occupa tutte le pieghe e gli angoli del loro stile’. Tu, da editor, cosa pensi debba avere uno scrittore per essere ‘un vero grande scrittore’?

Un vero scrittore, a mio parere, deve essere prima di tutto un ottimo osservatore. Deve avere una forte curiosità per la parola scritta e deve abituarsi a cogliere i dettagli, nella vita quotidiana così come nei libri che legge. Non deve per forza leggere una valanga di libri per scrivere bene, l’importante è che legga con attenzione, con spirito critico e cercando di “rubare” qualcosa per sé (un’espressione, una descrizione, un dialogo particolare…). E poi deve avere una pazienza da Oscar nell’esercitarsi tanto, tantissimo. Scrivere è riscrivere: quasi nulla viene bene al primo tentativo!

• Hai già molta esperienza nel campo dell’editoria, per essere così giovane! Hai qualche consiglio da dare a chiunque voglia provare a scrivere un romanzo sperando di riuscire a pubblicarlo?

Sì, credo che chiunque scriva con l'obiettivo della pubblicazione dovrebbe trovare una persona fidata, o più di una, in grado di leggere i suoi lavori con la maggiore imparzialità possibile. Le impressioni di un’altra persona, di un occhio critico esterno, possono essere stupefacenti, oltre che determinanti. Il mio consiglio quindi è: prima di inviare il vostro romanzo in valutazione a una casa editrice, fatelo leggere a qualcuno che vi conosce. E chiedetegli di essere spietato.

• Grazie mille per la tua disponibilità Sara! Prima di salutarti, puoi accennarci qualcosa sui tuoi progetti futuri?

Immagino che smettere di scrivere per me sarà impossibile. Anche sotto le bombe sarei capace di tirare fuori carta e penna… L’idea che mi frulla nella mente da qualche settimana è un romanzo ambientato nella Russia degli Zar. Potere, ambizione, amore e onore… queste potrebbero essere alcune parole chiave. Ma è presto per aggiungere altro. Stiamo a vedere :-)

martedì 31 maggio 2011

L'amante di Lady Chatterley: quando l'amore brucia l'anima


Non saprei dire perché ho aspettato tanto per leggere il libro di David Herbert Lawrence.
Penso, soprattutto, per una sorta di sottile pregiudizio che mi ha portato a credere, sino ad ora, si trattasse prevalentemente di una vicenda, si, molto sensuale, ma piuttosto generica. Il sesso e la passione, ma soprattutto il sesso e l’amore, si sa, non procedono sempre sul medesimo binario e il sesso fine a se stesso non ha mai destato in particolar modo la mia attenzione.
Sono stata perciò molto colpita nel rendermi conto che la storia di Lady Chatterley e del suo amante non fosse affatto una sordida relazione clandestina, destinata a durare l’attimo di una fiammata, ma un vero e proprio rapporto d’amore: dolce, sofferto, intenso come solo l’amore può essere.
E mi sono innamorata anche io, di questo libro.
Siamo negli anni 20. Constance, ragazza moderna, colta e sessualmente emancipata, dopo l’università e tutti i piacevoli diversivi che questa comporta, contrae matrimonio con Sir Clifford Chatterley, giovane uomo piacente, unico erede delle miniere di carbone Chatterly.
Il destino beffardo, però, non ha progetti felici per i due neosposi. Dopo una breve luna di miele Clifford si trova infatti costretto a partire per la guerra, da cui tornerà miracolosamente vivo, ma completamente paralizzato dalla vita in giù.
E quando si dice completamente, si intende proprio completamente.
A Connie non resta perciò che ingoiare il rospo amaro e chiudersi le porte di Wragby, la cupa dimora dei Chatterly, alle spalle, divenendo punto di riferimento e ancora di salvezza di un uomo tanto crudelmente disprezzato dal fato.
Ella è infermiera e moglie devota, consigliera e confidente, spalla su cui piangere e unica figura su cui riversare rimpianti e amarezze di una vita tanto brutalmente spezzata.
I due coniugi si isolano sempre più nella loro tetra tenuta, mentre l’egoistica dipendenza di Clifford da Connie inizia a succhiarle più energia di quel che lei possieda, lasciandola ad un passo dal baratro di una pericolosa depressione.
Unica fonte di svago e possibilità di fuga dalle soffocanti mura di Wragby è per Connie l’esteso bosco che circonda la proprietà, in cui ama perdersi in lunghe passeggiate meditative.
Ed è qui che vive Oliver Mellors, il guardiacaccia alle dipendenze di Clifford.
Inutile dire che la figura di Mellors ha avuto il mio amore incondizionato sin dalla sua entrata in scena!
Riccioli rossi e occhi di ghiaccio, Mellors ha in sé il portamento e la dignità dell’uomo nobile, sebbene le sue origini e il suo marcato, e fortemente enfatizzato dialetto dicano tutt’altro.
Perché Mellors è un uomo in fuga dalla vita, e tra le ombre e i folti arbusti del bosco in cui si è ritirato cerca soprattutto anonimato e solitudine.
Un matrimonio sbagliato alle spalle e una brillante carriera militare gettata alle ortiche, l’unica cosa che chiede alla propria esistenza è l’isolamento e la pace che esso comporta, e il solo pensiero di dover fare conversazione con la moglie del padrone che, sempre più spesso, si trova a girovagare nei suoi luoghi è un vero e proprio tormento per il guardaboschi.
Astio e una sottile e pungente ironia sono le uniche armi con cui Mellors, inizialmente, tenta di difendersi da Connie, e da quelle che considera vere e proprie intrusioni al solo scopo di dannargli l’anima.
Ha giurato che mai più nessuna donna sarebbe riuscita a creare scompiglio nella sua vita, men che mai nel suo cuore!
Eppure, deve ammettere a malincuore che Connie, con la sua grazia e la sua malinconia, con la sua freschezza e la sua dolce femminilità lo attrae più di quanto egli vorrebbe.
Il nascere della loro relazione da l’idea di qualcosa che non si poteva evitare: essi sono, infatti, due anime affini, due anime sole e ferite, troppo simili per non riconoscersi e non attirarsi come la luce attira le falene.
Ho trovato assolutamente realistica la prima fase della loro relazione, fatta di un amore ancora acerbo, forse troppo per definirlo tale, ma piuttosto un folle e disperato bisogno di sopire dolori ed emarginazione l’uno tra le braccia dell’altra. E il tentativo, immediatamente successivo, di sfuggire a questo sentimento, perché, è chiaro ad ambedue, sta diventando troppo forte e pericoloso, considerati i rischi cui vanno incontro.
Connie è una lady, e Mellors un dipendente salariato del marito. Un servitore.
Le regole della buona società li vorrebbero sconfitti in partenza.
Ma si sa, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce (cit. Blaise Pascal), e la forte carnalità di cui è fatto il rapporto di Connie e Mellors coinvolgerà presto anche lo spirito, portandoli alla consapevolezza che solo insieme raggiungeranno la felicità a lungo negata ad entrambi, e che battersi per questa felicità appena maturata è tutto ciò che entrambi vogliono.
Per concludere, devo ammettere che quest’opera, a lungo censurata in quanto considerata "il più indecente romanzo del mondo", mi ha conquistata, letteralmente.
Scritta in modo sublime, con accurate descrizioni e un’introspezione dei personaggi degna di uno psicologo, che è quanto di più amo trovare in un buon libro. Essi sono, infatti, tutti finemente rappresentati nelle loro angosce e nei loro più intimi pensieri, tanto da credere siano persone reali che prima o poi avrai il piacere di incontrare: lo sfortunato quanto prolisso e noioso Clifford, la fragile ma tenace Connie, il solitario e passionale Mellors. Ma anche la scaltra e intraprendente signora Bolton, l’infermiera di Clifford che silenziosamente prenderà il posto di Connie nel cuore del padrone, la sorella di Connie, Hilda, tanto brava a professarsi socialista d’avanguardia quanto a confermarsi classista e intimamente razzista, il fatuo e inconcludente Michaelis, scrittore senza infamia ne lode, precedente amante di Constance.
Ti restano addosso, impossibile negarlo.
Magiche e di ‘atmosfera’ le cornici immerse nel silenzio del bosco, dove si consuma la passione dei due amanti, tanto discordanti dallo squallido grigiore di Wragby e dal villaggio dei minatori.
Ben descritte e mai volgari anche le scene di sesso tra i due protagonisti, che all’epoca fecero molto discutere: si avverte pienamente il fuoco che brucia l’anima, la carnalità, la passione, la voglia di scoprirsi come uomo e donna.
E, più di tutto, l’amore.
Entra di diritto nella top ten!

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