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giovedì 29 dicembre 2011

Madrid e...Buon anno!


Auguro a tutte le persone che seguono questo blog, ma anche a chi si trova a passare di qua per caso, di passare uno splendido Capodanno!
Io sono in partenza per Madrid, una città in cui non sono mai stata...
Se qualcuno ha dei consigli da darmi, sarò naturalmente felicissima di ascoltarli!
Per adesso il mio itinerario comprende:

1) Palacio Real
2) Plaza Mayor
3) Museo del Prado
4) Museo Reina Sofia
5) Malasana (el barrio de las meravillas)
6)Puerta del Sol
7) Casa museo di Cervantes
8) Parque del Retiro
9) Mercato del Rastro
10) Gran via

Ma in cinque giorni spero di riuscire a vedere molto di più! Aspettatevi dei resoconti molto dettagliati^^
Tanti auguri per uno splendido 2012!! (Maya e gufate a parte, eh!)


giovedì 20 gennaio 2011

Parigi: il Père Lachaise e Victor Noir



Sempre sulla scia del mio recente viaggio a Parigi, voglio oggi parlarvi di un luogo tanto famoso quanto affascinante, il cimitero del Père Lachaise, e di un personaggio forse un po' meno conosciuto, Victor Noir, le cui spoglie trovano riposo proprio in questo camposanto, e la cui tomba è andata negli anni alimentando una bizzarra leggenda.

Con i suoi 43 ettari di superficie il cimitero del Père Lachaise è il più esteso di Parigi, nonché uno dei luoghi più visitati della capitale francese. Il motivo è presto detto, dato che al suo interno trovano riposo molte celebri personalità artistiche e letterarie, i cui sepolcri sono diventati veri e propri luoghi di pellegrinaggio. Ma il Père Lachaise, oltre alla fama donatagli dalle illustri sepolture, conserva anche un fascino tutto suo, oscuro e misterioso, di cui è facile rimanere preda mentre si percorrono i lunghissimi viali che vanno snodandosi tra le tombe ricoperte di muschio e le tetre cripte spiccatamente gotiche.
Nel XVII secolo i Gesuiti acquistarono questo antico dominio, a cui diedero il nome di Mont Louis. Vi edificarono un ospizio dove passò i suoi ultimi giorni uno dei più famosi membri della Compagnia, il padre de Lachaise, confessore di Luigi XIV.
Dopo l’attentato di Damiens contro Luigi XV, i Gesuiti furono espulsi dalla Francia, e gli edifici del Mont Louis finiranno nelle mani dei creditori. Sarà Napoleone I a riacquistare il ‘Cimitero dell’est’, che divenne tale nel 1804, senza tuttavia riscuotere un gran successo. Nel 1815, per convincere i parigini a seppellirvi i propri cari l’amministrazione della città cominciò a trasferirvi i cittadini illustri, e i primi ad esservi inumati furono Molière e i resti di Abelardo ed Eloisa (che godono oggi, dopo varie peripezie, di uno splendido monumento sepolcrale in stile gotico che purtroppo non sono riuscita a fotografare a causa dei lavori di restauro, anche se mi sarebbe piaciuto molto farvelo vedere).
Oggi il Père Lachaise accoglie più di un milione di tombe, presentandosi come uno dei cimiteri più celebri al mondo; indubbiamente uno dei luoghi più storici ed insoliti di Parigi.
La nostra visita al Père Lachaise è avvenuta il primo gennaio: l’aria era gelida, l’atmosfera cupa e uggiosa, il flusso turistico decisamente scarso. Mentre percorrevamo i lunghi viali, il gracchiare dei corvi posati sulle lapidi mi ha quasi fatto pensare, per una frazione di secondo, di trovarmi all’interno di qualche tetro romanzo vittoriano.
E in effetti questo luogo di morte, nel corso degli anni, è andato ammantandosi di un’aura di mistero da cui sono scaturite numerose leggende: necrofilia, vampirismo, prostituzione, messe nere…








Tomba di Colette



Tomba di Jim Morrison




Tomba di Chopin



Tomba di Denon



Tomba di Géricault



Tomba di Oscar Wilde



Tomba di Molière



Tomba di Proust




Tomba di Modigliani



Victor Noir
La storia di quest’uomo, poco conosciuta e probabilmente da molti ingiustamente dimenticata, si colloca durante il regno di Napoleone III, e forse, a ragion veduta, si può affermare che ne provocò la caduta.



La scultura funebre che adorna il suo sepolcro al Père Lachaise è di un realismo quasi sconcertante: su una nuda lastra di pietra, la figura a grandezza naturale di un giovane uomo in eleganti abiti ottocenteschi, riverso, sorprende per l’incredibile oggettività con cui sono trattati anche i più piccoli particolari. Un’iscrizione sulla pietra reca le parole: ‘A Victor Noir, nato il 27 luglio 1848. Ucciso il 10 gennaio 1870. Sottoscrizione popolare’.



Ventidue anni, questa l’età di Victor Noir quando venne ucciso da un proiettile in pieno petto.
Ma chi era Victor Noir? Perché a da chi venne assassinato?
Victor Noir, pseudonimo di Yvan Salmon, era un giovane redattore de ‘La Marseillaise’, un foglio rivoluzionario fortemente antibonapartista diretto dal deputato dell’estrema sinistra Henri Rochefort.
All’origine della disputa che porterà al tragico omicidio di Victor Noir vi è un diverbio tra giornali corsi, ‘La Revanche’, diretto dal repubblicano Louis Tommasi e il bonapartista ‘L’Avenir de la Corse’, in cui collabora Pierre Bonaparte, cugino di Napoleone III. Una lunga serie di insulti e minacce porta allo scontro diretto, e dal momento che Pierre Bonaparte risiede a Parigi, Louis Tommasi fa appello al corrispondente parigino de ‘La Revanche’, Pascal Grousset.
Qualche giorno dopo vengono inviati da Pascal Grousset due padrini al domicilio di Pierre Bonaparte. Uno dei due è Victor Noir.
Il giovane, un semplice redattore che cura una rubrica mondana che nulla ha a che vedere con la politica, non può nemmeno presagire che quella sarà la sua ultima giornata, ed eccitato per essere latore di un cartello di sfida al cugino dell’imperatore, si veste con cura e dovizia di particolari, come in seguito dimostrerà tristemente la sua statua funebre.
Il caso volle, però, che il giorno stesso Pierre Bonaparte, cui si doveva riconoscere un violento temperamento, sentendosi diffamato da un articolo comparso su ‘La Marseillaise’, avesse inviato al deputato Rochefort una lettera di sfida, perciò, quando i due padrini fecero il loro ingresso al 59 di rue d’Auteil, Bonaparte pensò venissero per conto di Rochefort.
Quello che accadde realmente non fu mai appurato, date le differenti testimonianze che i presenti ne diedero. L’unica cosa sicura è che partì un colpo di proiettile che colpì Victor Noir in pieno petto. Il giovane fece appena in tempo ad arrivare in fondo alle scale e a cadere sulla strada, dove venne soccorso da alcuni passanti, senza che tuttavia si riuscisse a fare qualcosa per lui.
Victor Noir era morto, assassinato, all’età di ventidue anni.
Il principe Bonaparte venne arrestato e chiuso alla Conciergierie. Ne seguì un processo, le cui ripercussioni politiche furono enormi.
In aula, tra gli altri, prese la parola Rochefort:
“Un assassinio è stato commesso ieri su un giovane uomo che si trovava al riparo di un mandato sacro, quello di teste e di padrino. L’assassino è un membro della famiglia imperiale. Chiedo al signor ministro della Giustizia se ha intenzione di opporre al giudizio, e alla probabile condanna, mezzi dilatori del tipo di quelli applicati nei confronti dei cittadini colpiti da altri dignitari dell’impero.”
Per l’imperatore, che da tempo cercava una conciliazione con la sinistra, è un brutto colpo.
Il 12 gennaio si tengono i funerali di Victor Noir: la folla è enorme, composta in maggior parte da repubblicani.
Il processo a Pierre Bonaparte si conclude una settimana dopo. L’imputato è assolto. Ma l’impero è sul punto di crollare.
Ventuno anni dopo, con l’avvento della Terza Repubblica, il corpo di Victor Noir, eroe e vittima, viene spostato con tutti gli onori al Père Lachaise. Il monumento funebre, pagato grazie ad una sottoscrizione popolare, è affidato allo scultore Jules Dalou, famoso per il suo realismo.




Ma veniamo alla leggenda.
La posa in cui Victor Noir venne ritratto dallo scultore Jules Dalou è quella della sua morte: le mani abbandonate ai lati del corpo, la giacca stazzonata, il cilindro rotolato poco distante. La bronzea scultura commemorativa, resa opaca dall’ossidazione avvenuta nel corso del tempo, ha tuttavia tre punti d’immediata attrazione: le labbra, la punta delle scarpe, e un rigonfiamento particolarmente prominente che lo scultore gli ha donato, all’altezza dell’inguine.
La lucentezza del bronzo, in questi determinati punti, inequivocabilmente richiama alle migliaia di mani che, nel corso degli anni, vi si sono posate. Mani femminili.
E in effetti, pare che a visitare la sua tomba, siano soprattutto donne.
La cosa mi incuriosiva e, facendo qualche ricerca, sono riuscita ad ottenere tre differenti versioni sulla leggenda che aleggia intorno alla scultura funebre di Victor Noir.
La prima vuole che il giovane sia stato freddato il giorno innanzi alle sue nozze, rendendolo uno sposo assai sfortunato, ma decisamente ben dotato, al punto che le future spose, il giorno prima delle nozze, per ‘tradizione’ si rechino a fargli visita e, a onore della superstizione, strofinino e carezzino quel punto delicato che dovrebbe portar loro fortuna con il futuro marito.
Il secondo mito sul conto di Victor Noir lo vuole portatore di fertilità per quelle donne che sfregheranno le sue labbra, il suo inguine e la punta delle sue scarpe, motivo per cui, qualche anno fa, l’amministrazione comunale di Parigi aveva deciso di porre una protezione intorno alla statua, per evitarne il deterioramento. Ma una moltitudine di vive e sentite proteste aveva portato alla rimozione quasi immediata di tale barriera.
La terza leggenda, la più romantica, forse sempre tenendo conto delle mancate nozze di Victor Noir, dice che le ragazze che si chinino a baciare le labbra della statua, avendo deposto qualche fiore nell’incavo del cilindro, riceveranno un’offerta di matrimonio nei successivi 365 giorni.
Personalmente avevo e ho qualche pudore nel toccare la statua funebre di un uomo in posti tanto intimi, e non sono nemmeno una futura sposa.
Ma un lieve bacio alle labbra del bel Victor confesso di averglielo concesso, se non altro per la compassione che provo per la sua vita sfortunata.
E poi, ad un po’ di fortuna in amore, non si dice mai di no!


domenica 16 gennaio 2011

Parigi, in viaggio con Maria Antonietta: la Conciergerie, Place de la Concorde, Saint Denis



Prosegue il viaggio sulle tracce di Maria Antonietta, spostandosi lontano dagli splendori di Versailles e dalle gioie del Petit Trianon per ripercorrere il periodo più cupo e straziante della vita dell'infelice Regina.
Dopo i disordini del 6 Ottobre 1789, infatti, la famiglia reale dovette abbandonare per sempre Versailles, e la vita che aveva condotto fino a quel momento, per trasferirsi al palazzo delle Tuileries, sorvegliata a vista dalla guardia Nazionale. Da qui in poi il baratro che si spalancò sotto ai piedi di Maria Antonietta trascinò lei e la sua famiglia in una discesa fatale verso la fine: l’odio del popolo, l’insuccesso della fuga di Varennes organizzata dal conte di Fersen e fallita miseramente, da cui la figura del Re uscì completamente distrutta, la caduta della monarchia in Francia e la proclamazione della Repubblica, il trasferimento alla torre del Tempio, la decapitazione di Luigi XVI, e, ultimo dei dolori, l’allontanamento del figlio prediletto, Luigi Carlo, il suo Chou d'amour, che venne affidato alla famiglia di un ciabattino per essere cresciuto secondo i principi della nuova costituzione repubblicana.
Quando, la notte del 2 agosto 1793, alle due del mattino, i gendarmi vennero a prelevare Maria Antonietta dalla Torre del Tempio per trasferirla alla Conciergerie, la regina, che all'epoca non aveva che trentasette anni, era ormai ridotta all’ombra di sé stessa: smagrita ed emaciata, soffriva da tempo di pesanti emorragie che, visto il suo deperimento, potrebbero far pensare si trattasse di un tumore all’utero. Le misure di sicurezza adottate per il suo cambiamento di residenza, tuttavia, non sembravano affatto tener conto del precario stato di salute in cui versava l’ex sovrana di Francia, ora vedova Capeto: tutte le porte della torre del Tempio vennero tenute sotto controllo e alle guardie fu ordinato di considerarsi in stato d’assedio. Alla Regina, che a quell’ora si trovava svestita, non venne nemmeno concesso il lusso di indossare i suoi abiti in privato, dato che i funzionari municipali la ritenevano capace di una fuga, nonostante, oltre al fragile stato, zoppicasse e fosse pesantemente miope.
Maria Antonietta era, a quel tempo, demonizzata in tutti modi possibili e immaginabili.
Quando giunse alle porte della Conciergerie, dopo aver percorso Parigi di notte e attraversato il ponte di Notre Dame, all’ex regina venne risparmiata solo l’umiliazione dell’immatricolazione. Le guardie la condussero nella sua umida cella (i cui locali originari non esistono più) che madame Richard, la moglie del carceriere, e la giovane cameriera Rosalie Lamorlière, sapendo del suo arrivo, avevano cercato di rendere più consona al rango di chi avrebbe ospitato, trovando delle lenzuola e un guanciale in buono stato. Lo spoglio arredamento, inoltre, comprendeva: un letto da campo con due materassi, una mensola, un piccolo tavolo, una sedia, uno sgabello ed un secchio, oltre al paravento dietro al quale sostavano due guardie che avevano il compito di sorvegliare la prigioniera giorno e notte, senza concederle un solo attimo di privacy. La prima cosa che Maria Antonietta fece, entrando nella sua spoglia cella, fu salire in piedi sullo sgabello per appendere alla parete un orologio d’oro, dono di sua madre Maria Teresa d’Austria, che portava sempre con sé considerandolo un portafortuna. E furono pianti amari da parte sua quando le guardie decisero di sottrarglielo, alcuni giorni dopo.
Maria Antonietta, ora denominata 'la prigioniera numero 280', avrebbe trascorso altri 76 giorni, prima dell’infelice fine, in quella macabra prigione.

La Conciergerie è decisamente uno degli edifici più sinistri di Parigi, tanto da meritarsi l’appellativo, secondo Balzac, di ‘anticamera del patibolo’. In origine prima dimora dei re di Francia, venne resa una prigione agli inizi del 500.
Nel 1793 il Tribunale rivoluzionario si insediò nella Camera Grande, e, a seguito della ‘legge dei sospetti’, che ordinava l’arresto di tutti i nemici della Rivoluzione, qui tra il 1793 e il 1794 passarono più di 2.700 persone, per comparire davanti all’accusatore pubblico del tribunale, Fouquier-Tinville.
La Conciergerie era considerata la prigione più dura. Durante il terrore le sue celle ospitarono centinaia di prigionieri, nelle peggiori condizioni di insalubrità e sovraffollamento. Fino al 1794 i ‘sospetti’ coabitavano con i prigionieri di diritto comune, ed ancora oggi è possibile vedere le celle in cui venivano detenuti.
La prima sensazione, entrando alla Conciergerie, è di profonda angoscia. L’ambiente è tetro, silenzioso e profondamente umido, data la sua ubicazione sulle sponde della Senna. E se è facile, al giorno d’oggi, rimanerne impressionati, posso solo immaginare come debba essersi sentita Maria Antonietta al suo ingresso in quella prigione, che fu l’ultima delle sue dimore terrene.
Entrando nella sua cella (ricostruita su una parte della vera segreta della regina) si può scorgere, nell’oscurità, una dama velata di nero, di spalle, seduta davanti ad un piccolo tavolo, nell’atto di reggere tra le mani un libro di preghiere. E’ così che probabilmente Maria Antonietta doveva apparire agli occhi delle guardie che, pochi metri dietro di lei, bevevano vino e giocavano a carte senza concederle un attimo di intimità. Un tempo, quella triste e deperita figura in nero, era stata la donna più affascinante ed ammirata di tutta la Francia.
Sempre nella sua cella, conservati in una teca di vetro, sono custoditi alcuni oggetti personali appartenuti all’ex sovrana: una piccola brocca di porcellana, un crocifisso, un fazzoletto e un pezzo di tappeto che originariamente ricopriva il pavimento della sua cella.





La cella in cui venivano tagliati i capelli dei prigioniera diretti alla ghigliottina, in cui passò anche la Regina



Elenco dei prigionieri, in cui è registrata, in modo assolutamente anonimo, Maria Antonietta vedova di Luigi Capeto



Il cortile delle donne, circondato da due livelli di segrete, in cui le prigioniere potevano passeggiare nell'ora d'aria e lavare i propri indumenti. Maria Antonietta non vi mise mai piede.




La cella di Maria Antonietta, in realtà molto più scura di quanto appaia nelle foto, è stata ricostruita su una parte della vera segreta della regina. La finestra dà sul cortile delle donne.





Due immagini di Maria Antonietta, profondamente invecchiata, prigioniera alla Conciergerie




Place de la Concorde

I primi atti che portarono al processo di Maria Antonietta vennero avviati in ottobre. In mancanza di prove concrete e riscontri probatori che giustificassero agli occhi del mondo quella condanna, l’accusatore pubblico Fouquier-Tinville si appellò alla testimonianza che Hérbert riuscì ad estorcere al piccolo Luigi Carlo: ‘Dal modo in cui il bambino si è spiegato si è capito che una volta sua madre lo ha indotto ad accostarsi a lei e che ne è risultata una copula…’
Il 12 ottobre, Maria Antonietta venne interrogata in istruttoria, e ne uscì un processo lungo due giorni, in cui la regina venne accusata delle più assurde nefandezze, riuscendo a difendersi con lucidità e rispondendo sensatamente a tutto ciò che le veniva richiesto, con assoluta calma, fino a quando non le fu rivolta la peggiore di tutte le calunnie: quella di aver avuto rapporti sessuali con il proprio figlio.
Il pubblico tacque, e l’imputata non rispose, fissando rigidamente dinnanzi a sé.
A questo punto la sua risposta venne sollecitata dal presidente.
“Non ho risposto perché la natura si rifiuta di rispondere ad un’accusa simile rivolta ad una madre! Faccio appello a tutte le donne che sono oggi in quest’aula!” fu la risentita risposta di Maria Antonietta, in un breve attimo di trionfo che commosse l’aula intera.
A fine processo, dopo sedici interminabili ore in cui Maria Antonietta, stanca e malata, si era sostenuta solo con qualche sorso di zuppa, le venne chiesto se avesse ancora qualcosa da aggiungere a propria discolpa.
“Ancora ieri, ignoravo ciò che i testimoni avrebbero detto contro di me. Ora che li ho ascoltati posso dire che nessuno è riuscito ad accusarmi di un qualunque fatto concreto. Sono solo stata la moglie di Luigi XVI e non potevo che adeguarmi alla sua volontà.”
L'ex sovrana pensava, proprio in seguito a questa mancanza di prove, che le avrebbero concesso l'esilio, e, come lei, molti dei presenti ritenevano ingiusta la condanna che invece arrivò.
Il processo era stato una burla, dal momento che il verdetto era già stato deciso in anticipo: quella creatura 'depravata' doveva 'morire ignominiosamente sul patibolo' così che i rivoluzionari potessero 'cementare nel sangue' la libertà conquistata.

Il mattino del 16 ottobre 1793 Maria Antonietta si recò al patibolo sopra ad una carretta trainata da un solo cavallo, come tutti gli altri condannati (a Luigi XVI era stato concesso l’onore di recarvisi in carrozza). Le erano stati tagliati i capelli e legate le mani dietro alla schiena, un prete repubblicano sedeva al suo fianco, e, lungo il tragitto, la folla si prodigava in grida e insulti all’indirizzo ‘dell’infame Antonietta’: “Morte all’austriaca! Morte alla cagna!”. Affacciato ad una finestra il pittore Jacques-Luois David fissò, con pochi tratti di matita, l’ultimo ritratto dell’infelice regina in viaggio verso la fine.
Quella che oggi è chiamata Place de la Concorde, era denominata, ai tempi della rivoluzione, Place de la Revolution, per l’appunto, ed è qui che troneggiava la ghigliottina.
Maria Antonietta salì i gradini del patibolo, inciampò nei piedi del boia, e si scusò con lui.
"Perdonatemi, non l'ho fatto apposta."
Furono le sue ultime parole, prima che la lama si abbattesse sul suo corpo, proiettandola, con la sua tragica fine, nell’olimpo dei miti.
Oggi, ai piedi dell’obelisco posto al centro della piazza, è conservata una targa commemorativa per le violente morti di Luigi XVI e Maria Antonietta.


Place de la Concorde, vista dai giardini della Tuileries




Targa commemorativa, ai piedi dell'obelisco, in memoria di Luigi XVI e Maria Antonietta, che qui trovarono la morte. Recita: questa piazza inaugurata nel 1763 era chiamata in origine piazza Luigi XV. Da novembre 1792 a Maggio 1795 venne denominata piazza della Rivoluzione, e fu il luogo principale delle esecuzioni pubbliche, comprese quella di Luigi XVI, il 21 gennaio 1793, e di Maria Antonietta, il 16 ottobre 1793.



Maria Antonietta che viene condotta alla ghigliottina, schizzo di Jacques-Louis David



Saint Denis

Il nostro viaggio sulle tracce della Regina si conclude nella basilica di Saint Denis, dove sono conservati i corpi di Maria Antonietta e Luigi XVI, e di tutti i grandi re di Francia.
Dopo la decapitazione, il corpo e la testa di Maria Antonietta trovarono sepoltura nel cimitero della Madeleine, in una fossa comune in cui era stato gettato anche Luigi XVI, e qui rimasero, fino al gennaio del 1815, quando si decise di riesumarli per offrirgli la degna sepoltura che gli era stata negata nel burrascoso periodo della Rivoluzione.
Pare che, al momento dell’esumazione, il corpo della Regina venne identificato grazie alle calze e alle giarrettiere, mentre la testa fu riconoscibile perché perfettamente conservata, fatto che fece svenire più di un presente. Un testimone affermava addirittura di avervi visto ‘lo stesso sorriso che mi aveva un tempo rivolto a Versailles’.
Il 21 gennaio, anniversario della morte di Luigi XVI, i corpi dei sovrani, dopo una solenne cerimonia, trovarono finalmente la pace nella basilica di Saint Denis, cimitero di tutti i grandi re di Francia.
Se qualcuno che legge avesse, un giorno, lo stesso desiderio che ho avuto io di mettersi sulle tracce di questa sfortunata regina, gli consiglio di non mancare questo ultimo luogo di pace, perché qui è possibile ammirare uno dei più alti esempi di scultura funebre, tra cui spicca, per bellezza, il complesso scultoreo di Maria Antonietta e Luigi XVI.
Io sono rimasta diversi minuti incantata di fronte alla statua della sovrana, che sembra portarsi le mani al cuore in un gesto di estremo perdono, osservandoti con lo sguardo dolce che le era proprio, e che compare in molti dei dipinti che la raffigurano.
Sotto all’altare, nella cripta, i corpi dei sovrani riposano sotto a delle semplicissime lastre di marmo nero. Poco distanti, negli ossari, riposano i loro figli, il primo Delfino Luigi Giuseppe e Luigi XVII (di cui è conservato anche il cuore). L’ambiente è molto scuro e silenzioso, e invita alla riflessione.
Chi fu veramente Maria Antonietta? Risposte differenti si potranno ottenere tra i suoi detrattori, così come tra i suoi ammiratori. Negli anni la sua figura è stata più volte stravolta: superficiale sperperatrice, subdola intrigante, lasciva traditrice dedita alle più impensabili attività. Maria Antonietta, a mio parere, non fu nulla di tutto ciò. Sicuramente peccò in molte cose, ma fu una donna sostanzialmente buona, generosa e coraggiosa, come dimostra l'ultima parte della sua vita. Vittima delle circostanze, divenne il simbolo stesso del vecchio regime e attirò su di sè l'odio dei rivoluzionari. Immolata come capro espiatorio di un'epoca ormai tramontata, si trasformò in un mito e in un'icona, che vive ancora adesso.


La basilica di Saint Denis



Tomba di Luigi XVII (di cui è conservato, in un'ampolla di vetro, anche il cuore)



Tomba di Luigi Giuseppe, il primo delfino




Tomba di Maria Antonietta (purtroppo non c'era altro modo di scattare la foto, dati i transennamenti e la profonda oscurità della cripta)







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