venerdì 4 marzo 2011

La contessa nera: il fascino sottile del male


Titolo La contessa nera
Autore Johns Rebecca
Dati 2011, 323 p., rilegato
Editore Garzanti Libri (collana Narratori moderni)


La signora del castello doveva sapere che tra le sue domestiche si annidava una persona così sleale, che sperava addirittura di riuscire a prendere il suo posto.
Adesso Darvulia stava ritta davanti a me e mi chiedeva, senza perdere la calma, che tipo di punizione intendessi infliggere ad Amalia. Invece a me tremava il pennino in mano e delle gocce di inchiostro bagnarono la lettera che stavo scrivendo. Abbassai lo sguardo e vidi la chiazza che si allargava, coprendo le parole scritte solo un attimo prima. Amalia mi aveva tradito. La macchia di inchiostro continuò ad estendersi finché vidi solo nero.


E’una sera di agosto del 1614 quando il reverendo Nicolas Zacharias posa il pennino nel suo calamaio.
Ha appena finito di scrivere una lettera per informare l’altro reverendo della diocesi che la donna che da quattro anni viveva reclusa nella torre del proprio castello, murata viva, la contessa Erzsébet Báthory, è spirata nella colpa, rifiutando fino all’ultimo di pentirsi dei propri peccati. Allegato alla lettera vi è un fascio di fogli scritti di pungo dalla contessa per il figlio Pàl. In quei fogli Erzsébet, nei lunghi anni di prigionia, vi ha riversato la propria vita: sono pagine impregnate di orrori, eppure, quante volte il reverendo Nicolas, che pure la biasimava, leggendole si è ritrovato a piangere per quella donna così sola, per le sue speranze frustrate e i progetti mancati? Quante volte gli si è spezzato il cuore per lei?


Così comincia il libro di Rebecca Johns sulla vita di Erzsébet Báthory, la contessa ungherese ancora oggi indicata come una delle più sadiche ed efferate assassine della storia. Erzsébet, ricordata anche con la tetra nomea di ‘contessa sanguinaria’ o ‘contessa Dracula’, in vita torturò e uccise decine di ragazze che lavoravano al suo servizio. Praticò l’occultismo e la magia nera, e fu una delle prime criminali seriali, accusata di aver perpetrato crimini contro l’umanità, arrivando ad alimentare dicerie e maldicenze sul suo conto che ancora adesso ne fanno un personaggio oscuro e misterioso.


Ma chi era realmente la donna dietro la leggenda che la dipinge come una creatura vampiresca pronta ad immergersi nel sangue delle sue vittime per trarne giovamento in bellezza?
Rebecca Johns, a mio parere, è molto onesta nel tracciare il ritratto della contessa Báthory, tralasciando l’aspetto mitico e spiccatamente macabro che potrebbe attrarre unicamente amanti dell’horror o del genere vampiresco. La Johns sceglie di accostarsi alla contessa mettendo in secondo piano l’aspetto di strega e di assassina del personaggio, e ponendo in primo piano, invece, quello profondamente umano di donna: figlia, sorella, moglie, amante e madre. E lo fa con uno stile ricercato ma scorrevole, che ci permette di avvicinarsi ad Erzsébet da subito, comprendendo i suoi tormenti a seguito delle scelte compiute da altri per lei, delle violenze, degli inganni, dei soprusi cui è costretta dalla propria condizione di donna, in un mondo spiccatamente brutale e maschile.
Un mondo in cui deve imparare a difendersi con ogni mezzo.
Capiamo così che Erzsébet Báthory non è il mostro delle leggende e delle tradizioni, ma una donna divenuta potente grazie alla propria astuzia, che ha sempre combattuto per mantenere la propria posizione e ha dovuto difendere la sua fortuna con le unghie e con i denti, nella sola speranza di poter garantire un futuro ai figli.
Era indubbiamente anche un’assassina, Rebecca Johns non la giustifica affatto per i suoi crimini. Ma è interessante come l’autrice si addentri nei più reconditi pensieri della contessa, sviscerandone emozioni e angosce, e portando il lettore, se non ad assolverla, certamente a comprendere la logica che guidava le sue azioni: il terrore folle di perdere il controllo, di non avere potere, che era in fondo l’unica cosa che la contessa avesse mai ottenuto con le proprie forze.
Un libro molto ben scritto, con sublimi atmosfere gotiche e una buona ricostruzione storica del periodo in cui si svolsero i fatti. Ma soprattutto con una protagonista di grande spessore psicologico, piena di sfaccettature, fatta di luce e d’ombra. Ombra soprattutto. E un carattere fiero e battagliero.

Ero costretta a dare l’esempio per ricordare a tutte che se anche Ferenc se le portava a letto ero sempre io a dirigere la casa e a provvedere al loro mantenimento. Che cosa dovevo fare…dare spazio alla loro insolenza? Permettere che mi trasformassero nello zimbello della casa? Se avevano il coraggio di andare a letto con mio marito e poi anche la sfacciataggine di vantarsene di fronte a me, avrei fatto il possibile perché non potessero rifarlo una seconda volta. Rientrava nei miei diritti di nobildonna, oltre che di moglie.

mercoledì 2 marzo 2011

Quattro chiacchiere su Parigi


Qualche tempo fa la dolce Arianna del blog E guardo il mondo dal mio blog ha indetto un Blog Candy su Parigi, che, incredibilmente...ho vinto!
Per me è stata una grande soddisfazione, visto il mio amore spassionato per la città, ma ancora più bello è stato essere invitata sul suo blog per parlare di Parigi (e si sa che quando attacco non smetterei per ore...) e uno dei suoi luoghi più antichi e affascinanti: il complesso dell'antico Palais de la Cité, che comprende il Palazzo di Giustizia, la Conciegerie e la Sainte Chapelle.
QUI trovate il mio intervento!
Grazie ancora Arianna, per tutto!

Blog Candy: il vincitore!


And the winner is...Sylvia!!! Del blog Un tè con Jane Austen!


(naturalmente ho escluso dal sorteggio i commenti inviati più di una volta dalla stessa persona^^)

Voglio ringraziare tutte le persone che hanno partecipato, sono molto felice che la mia piccola iniziativa abbia riscosso un tale entusiasmo, e non è detto che non riproponga un altro Blog Candy più avanti!

La vincitrice può contattarmi a questo indirizzo mail:
diotallevi.francesca@gmail.com

Mandami il tuo indirizzo e indica quale dei due segnalibri preferisci! (anche se non ho molti dubbi in proposito!)

Un abbraccio a tutte!

martedì 1 marzo 2011

Black Swan: il lato oscuro dell'anima


Ecco un film che, in tutta onestà, avevo sottovalutato parecchio.
Ultimamente ci sono stati propinati talmente tanti film su ballerini e danzatori di tutti i tipi e le salse che quando ho visto per la prima volta il trailer de Il cigno nero ho storto leggermente il naso. Poi, la curiosità e l’amore per l’opera di Chajkovsky hanno avuto il sopravvento, e ho capito di aver avuto torto con i miei giudizi affrettati.
Il cigno nero non è affatto un film sulla danza. La danza, nel film di Darren Aronofsky, è piuttosto un pretesto, un sottofondo, per mettere in scena qualcosa di più profondo e inquietante: l’ossessione della perfezione e il doppio malvagio celato in ognuno.
Nina Sayers è una talentuosa ballerina del New York City Ballet che aspira ad avere un ruolo da protagonista in un importante spettacolo. Per tutta la vita ha lavorato sodo, imponendosi rigore e disciplina, esasperando il proprio fisico e sottoponendolo ad estenuanti allenamenti nell’assurdo tentativo di raggiungere la perfezione assoluta. Eppure, come le ricorda il proprio maestro di danza Thomas Leroy durante una discussione, la perfezione non si può raggiungere solo con l’allenamento, ci vuole anche cuore, ed è questo che a Nina manca. Resa infelice da una vita di privazioni, con una madre autoritaria e soffocante, che proietta su di lei il fallimento della propria carriera nel balletto, Nina è frustrata e sessualmente repressa, rigida nelle emozioni e incapace di lasciarsi andare.



Quando Leroy le assegnerà il tanto sospirato ruolo da protagonista nel lago dei cigni, Nina piomberà in un incubo dettato dalle proprie fragilità ed ossessioni: perfetta per interpretare il cigno bianco, candido ed ingenuo, totalmente inadatta per interpretare il cigno nero, sensuale e disinibito, in Nina affiorerà l’angosciante paura di vedersi portare via il ruolo tanto agognato da Lily, una nuova ballerina decisamente più sciolta e passionale, e verrà a galla il suo terrificante doppio, la sua anima nera.
Darren Aronofsky ci consegna così un piccolo capolavoro di trama e immagini, curato in ogni dettaglio, in ogni più piccolo particolare.
E se è infatti il doppio, il tema portante, il film ce lo restituisce in ogni inquadratura, sotto forma di specchi e superfici riflettenti. Sin dalle prime inquadrature Nina appare sdoppiata: sulla metropolitana che la porta alla scuola di danza, davanti alla sua candida immagine, enfatizzata da un cappottino rosa pastello e una morbida sciarpa che richiama il bianco piumaggio di un cigno, si contrappone la Nina riflessa nel finestrino, scura e dai contorni sfocati, a farci capire che Nina non è sola, che dentro lei vive nascosta una gemella malvagia, proprio come accade nel famoso balletto di Chajkovsky. Da questa scena è un crescendo di ‘doppi’ continuamente messi a confronto: negli specchi della sala prove, in quelli del bagno, nel camerino, a casa, sui mezzi pubblici, ovunque, Nina è sempre accompagnata dalla sua ombra.


Oltre al gioco dei riflessi, un altro elemento di grande impatto visivo sapientemente usato dal regista è la scelta dei colori: l’intero film è un continuo contrasto di bianchi e neri, dai costumi degli attori alle scenografie.



Nina, la buona, la fragile Odette, sempre in tinte tenui. Lily, l’alter ego fatto d’ombra, la provocante Odile, sempre in toni scuri, con un paio d’ali nere tatuate sulla schiena.
Luce e ombra, bene e male, salvezza e dannazione.
L’anima della protagonista oscilla per tutto il film tra questi sentimenti contrastanti, in un crescendo di fantasie e incubi che ricalca passo dopo passo la trama drammatica del balletto che deve essere messo in scena.
E lo spettatore non può fare a meno di immedesimarsi nella protagonista, grazie anche ad un ingegnoso modo di ripresa che catapulta letteralmente all’interno del film: camminiamo con Nina, ci specchiamo con lei, proviamo il suo terrore e la sua angoscia, avvertiamo il suo respiro affannato mentre danza, assistiamo alla sua lenta e mostruosa trasformazione dalla candida Odette alla conturbante Odile, resa attraverso un indisponente sistema di immagini che ci fanno precipitare direttamente nell’incubo di Nina.
E, proprio come in un incubo, alla fine non saremo più in grado di distinguere la realtà dalla finzione.



Un thriller psicologico davvero ben riuscito. Capace di creare una vera suspence, con picchi di puro terrore. Dotato di una fotografia sublime (semplicemente stupenda l’immagine dell’ombra alata che si staglia sullo sfondo del palco alla fine del balletto di Odile), di musiche stupende (ma non poteva essere altrimenti) di una sapiente simbologia e di ingegnosi trucchi registici. Ma soprattutto, con una grande protagonista, Natalie Portman, che, devo dire, se lo è davvero meritato tutto l’Oscar per questa parte: è stata capace di dare un incredibile spessore psicologico alla sua protagonista, mostrandone perfettamente tutte le fragilità, tutte le paure, i tormenti e le incertezze che la porteranno, lentamente, a far emergere la parte più temuta e segreta di sé.
La sua unica, vera nemica.
Finale carico d’emozione.
Consigliato, soprattutto se amate il balletto: le scene di danza mettono la pelle d’oca, e considerate che Natalie Portman non è nemmeno una ballerina…

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