
Centocinquanta anni fa esatti, Vittorio Emanuele II veniva incoronato Re d’Italia, un’Italia novella, appena nata, sorta dalle ceneri di quello che era uno sterminato ammasso di stati e staterelli, un organismo vecchio ormai in disfacimento, di cui si doveva cambiare tutto, per fare in modo che, unificato, tornasse a vivere e prosperasse.
Per celebrare questa giornata voglio parlarvi di un grande capolavoro della letteratura e del cinema:
Il Gattopardo.
Scritto da
Tomasi di Lampedusa e portato sullo schermo dal grande
Luchino Visconti,
Il Gattopardo parla proprio di questo, di quando, centocinquanta anni fa, il nuovo spazzò via il vecchio, per sempre. Una generazione, quella dei gattopardi, i fieri aristocratici di un tempo, tramontava ormai definitivamente per lasciare spazio alla nuova generazione, quella dei borghesi, dei ‘nuovi ricchi, capaci di muoversi sul moderno suolo italiano e trarne profitto.

Noi fummo i Gattopardi, i leoni...
Quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.
Il Gattopardo è un romanzo superbo, amaro, nostalgico. Capace di entrarti dentro e di bruciarti come il clima rovente di questa Sicilia così finemente descritta tra le sue pagine, capace di ammaliarti con i suoi personaggi, nobili ed alteri taluni, bassi e meschini altri, ma tutti, tutti , abilmente descritti, nelle vittorie e nelle disfatte, dalla maestria di Tomasi di Lampedusa, ultimo erede e narratore di un mondo ormai perduto per sempre, quello dei Gattopardi.
Protagonisti, il fiero principe Fabrizio di Salina ultimo esponente di una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e suo nipote Tancredi, che sa fiutare il cambiamento e seguirlo, sposando Angelica, figlia del sindaco Don Calogero Sedara, piccolo borghese arricchito dalla nuova Italia, sebbene uomo rozzo e dai modi del tutto inappropriati.



Assistendo allo sbarco dei Mille, il principe Fabrizio assiste anche, con la fine del regno borbonico, alla fine della sua epoca. La nobiltà cede per sempre il posto alla nuova classe sociale in ascesa, composta di personaggi avidi, meschini e privi di scrupoli, cui si unirà in seguito, anche l’amato nipote Tancredi, subdolo e scaltro arrampicatore sociale. E’ la fine di quegli ideali che avevano, sino a quel momento, guidato un'era.



Lo scontro tra i due mondi appare evidente, sullo sfondo di una Sicilia dai paesaggi violenti, dal clima rovente, terra su cui nevica fuoco, i cui abitanti sono addormentati, perché il sonno, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; il sonno e la morte, dunque; la fascinazione irresistibile per un passato che attrae, appunto, proprio perché è defunto.
Ma se il romanzo è superbo, il film, del 1963, è un capolavoro.
Visconti, perfezionista come pochi, dirige un opera che è tutt’uno con ciò che la penna di Tomasi di Lampedusa ha creato sulla carta: ambientazioni, personaggi, costumi, dialoghi. Non c’è una virgola fuori posto e la raffinatezza dei dettagli rasenta quasi l'ossessione in un'opera che, comunque, non fa dell'estetica la sua unica carta vincente.
Perfetti anche gli attori: l'austero Don Frabrizio è interpretato da un eccezionale Burt Lancaster, Tancredi, il nipote intrigante e scaltro, ha il volto dell'affascinante Alain Delon, mentre a portare sulla scena la bellissima Angelica è Claudia Cardinale, superlativa in tutti i sensi.




La scena, famosissima, del ballo gli valse due Nastri d'argento: miglior scenografia e miglior fotografia.


Una vera opera d'arte, imperdibile per chiunque ami i film in costume e il Risogimento.
Il Gattopardo: l'arrivo di Angelica