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venerdì 9 marzo 2012

Les adieux à la Reine: un nuovo film su Maria Antonietta


Il film di Benoit Jacquot, che vede Diane Kruger vestire i panni della Regina di Francia Maria Antonietta, ha aperto la 62esima edizione del Festival di Berlino, senza tuttavia riscuotere un grande successo di critica.
La pellicola, basata sull’omonimo romanzo di Chantal Thomas (Addio, mia Regina), inizia il giorno della presa della Bastiglia, 14 luglio 1789, e ripercorre i terribili giorni che vedono la caduta della monarchia, rappresentata dalla capitolazione dei sovrani francesi, Luigi XVI e Maria Antonietta.
La vera protagonista del film è Sidonie Laborde, lettrice ufficiale della Regina, dunque un punto di vista innovativo rispetto ai precedenti film sulla famosa sovrana, ovvero quello della servitù che si aggira silenziosa ed impaurita dietro gli specchi dorati di Versailles, all’alba dell’avvenimento che rivoluzionerà per sempre i costumi sociali dell’epoca.


Il film proporrà una versione piuttosto atipica di Maria Antonietta, calata per l’occasione in un triangolo amoroso lesbico che la vede, allo stesso tempo, oggetto del desiderio di Sidonie (Léa Seydoux) e vittima delle attenzioni da parte della Duchessa di Polignac (Virginie Ledoyen).



Diane Kruger, intervistata riguardo al personaggio di Maria Antonietta, ha affermato: «Mi sono identificata con Maria Antonietta soprattutto alla fine. Come nelle biografie che le sono dedicate, quella di Stefan Zweig e il romanzo di Chantal Thomas, da cui è tratto il film, è una donna superficiale e frivola, vanesia, che, quando comprende che in qualche modo sta per giungere a un tragico epilogo, recupera dignità, si prende le sue Responsabilità, e allora, sì, si trasforma in una Regina».


Il film dovrebbe uscire nelle sale italiane dopo l'estate. Che ve ne pare?
Io sono piuttosto curiosa e, nel frattempo, penso che leggerò il romanzo della Thomas!
Trailer (in francese)

domenica 30 ottobre 2011

This Must Be The Place


Spesso si resta immobili tanto a lungo da credere che quello che vediamo sia ciò che davvero abbiamo davanti al naso. Ma non è così. Non serve molto, qualche millimetro talvolta, può cambiare un intero punto di vista.
Dobbiamo essere grati a chi ci muove. Soprattutto a chi ci muove da dentro.
Cheyenne è una rock star cinquantenne in pensione ‘forzata’ da troppi anni. Vive a Dublino negli agi di una vita che gli consente di passare nell’ozio più totale le sue giornate senza il minimo bisogno di lavorare, e se la lascia scivolare addosso senza opporre la minima resistenza.


La sua è una routine quotidiana che si ripete da anni sempre uguale: si sveglia, fa la spesa al centro commerciale, prende un caffè con un amica, torna a casa e infila nel microonde una pizza surgelata, aspettando che cuocia seduto nella monumentale cucina che reca a caratteri cubitali la scritta cuisine, tanto per non sbagliarsi.
Tutto è noia per Cheyenne, che è caratterizzato, oltre al trucco-parrucco da rock star dura, di quelle che ‘spaccano’, da una vocina infantile dalla cadenza perennemente strascicata, e dal fatto di non riuscire a fare più di un metro senza doversi sorreggere a qualcosa, che sia il carrello della spesa o il manico della valigia.


Cheyenne è, insomma, la personificazione della monotonia. Una monotonia che fa terribilmente a pugni col suo aspetto da anticonformista, di quelli che vivono sempre sopra le righe. Un aspetto che lo tiene ancorato, nonostante il passare degli anni, ai tempi della gioventù. O meglio, dell’adolescenza, quando il suo modo di apparire aveva un solo significato: ribellione. Ora però Cheyenne è quanto di più lontano possa esistere da un ribelle: è un marito innamorato e fedele da oltre trent’anni, e da venti non prende più in mano uno strumento musicale, trascinandosi in giorni di tedio che lui scambia per disagio esistenziale, convincendosi di essere afflitto da una seria forma di depressione.


In realtà, quello che manca a Cheyenne, è una ragione per crescere. Perché lui, questa cosa del crescere, non l’ha mai affrontata, come confermano le sue unghie laccate di nero e il pesante strato di matita che ogni mattina, diligentemente, applica alle palpebre ormai cascanti da cinquantenne. Conciato in questa maniera spaventa le clienti del supermercato in cui ogni mattina si reca a fare la spesa, salvo poi vendicarsi bucando loro il cartone del latte, esattamente come farebbe un bambino.
La notizia della morte improvvisa del padre, a New York, cambierà le carte in tavola e per Cheyenne arriverà finalmente il momento di prendere in mano il proprio destino.
Giunto sul posto, infatti, l’ex Rock Star viene a sapere che il padre, per tutta la vita, aveva invano dato la caccia ad un tedesco che era stato il suo aguzzino nel campo di concentramento di Auschwitz, e , incomprensibilmente, vista la sua verve e le sue pressoché nulle capacità investigative, Cheyenne decide di portare a termine la missione.


Il viaggio che compirà lungo gli Stati Uniti sulle tracce di quest’uomo acquisirà valenza di viaggio interiore, per Cheyenne. Un modo per confrontarsi con realtà diverse, per affrontare i demoni del passato, per riconciliarsi con la memoria del padre, un padre che lui ha sempre creduto, a torto, incapace di provare dell’affetto per il proprio figlio.
E sarà costretto a crescere.
L’uomo che farà ritorno a Dublino, dopo questa traversata, sarà un vero uomo.
L’uomo che per anni si è rifugiato dietro la maschera del personaggio, crogiolandosi nella paura di crescere e affrontare la realtà.
Perché la vita vera è fatta di questo: di persone che affrontano la realtà, per quanto dura o dolorosa possa essere.
Di persone che arrivate ad un certo punto, lasciano andare il cordone di sicurezza (o il manico della valigia) e camminano da sole, a viso aperto.
Senza trucchi, senza inganni, maschere, ceroni e chi più ne ha più ne metta.
Perché bisogna crescere e andare avanti.
Questo è vivere.

Ho trovato questo film di una bellezza e di una poesia incredibili, e credo di non esagerare se dico che è veramente il film più bello visto da molti mesi a questa parte.
La storia, nella sua semplicità, è capace di toccare corde profonde e ti resta impressa dentro, affrontando tematiche diverse quali l’olocausto, il rapporto padre-figlio, il bisogno che abbiamo tutti di avere una ragione per cui vivere, qualcosa che ci spinga avanti.
Simpatizzare col personaggio di Cheyenne, poi, è cosa immediata: per quanto strampalato e lontano da ognuno di noi possa apparire, in realtà è un personaggio incredibilmente umano, che dispensa vere e proprie perle di saggezza nell’arco dell’intero film. Dei bambini ha conservato l’aspetto più limpido e pulito, quello stupore che gli permette di guardare ancora il mondo con incredulità e meraviglia, nonostante le disillusioni e gli errori accumulati negli anni.


Nel panorama del cinema italiano avevamo bisogno di un film così. Un film che si discostasse dalle commedie-pattumiera, dai cinepanettoni e i film comico-demeziali che ci travolgono a vagonate ogni benedetto anno.
Un film dalla regia brillante, fatta di dettagli suggestivi (il filo del telefono che si tende, la sigaretta che si consuma tra le dita, i primissimi piani sugli sguardi), di inquadrature mozzafiato sugli incredibili paesaggi USA, con una stupenda colonna sonora e sì, fatta anche di bravi attori, Sean Penn su tutti, che da solo regge praticamente tutto il film.


I difetti, naturalmente, non mancano. Alcune sequenze sono effettivamente troppo lunghe (penso alla scena in cui David Byrne canta, appunto, This Must Be The Place) o slegate tra di loro, rendendo la narrazione poco omogenea in alcuni punti.
Ma sono convinta che un film, prima di tutto, vada visto ‘di pancia’.
E Cheyenne, nella sua lentezza, nella sua iniziale incapacità di evolversi, staccandosi da un passato che non gli appartiene più, nelle sue peripezie, a tratti quasi oniriche (penso alla scena dell’indiano nel pickup), a tratti decisamente comiche, nelle sue mille espressioni, che poi in realtà è sempre la stessa, è bellissimo.
E questo film sa davvero emozionare, perché è intriso di umanità.


domenica 9 ottobre 2011

Jane Eyre di Cary Fukunaga : non convince fino in fondo


Jane Eyre è il mio libro preferito. Probabilmente basta questo per rendermi ipercritica e particolarmente esigente nei confronti di quanto tratto e/o ispirato al suddetto romanzo, perciò vi avviso: non sarò imparziale in questo giudizio.
La Jane Eyre di Cary Fukunaga, sceneggiata da Moira Buffini, non mi ha convinto. Non fino in fondo.
Il film si fa vedere, indubbiamente, ed è particolarmente godibile per quanto riguarda ambientazioni e costumi: l’Ottocento inglese rivive in ogni singola inquadratura, in ogni, magnifico, dettaglio.
L’innovazione del regista, che segue pedissequamente il romanzo senza mancare una virgola, sta nell’averne spezzato la cronologia, ricostruendola con lunghi flash back. Si inizia con la fuga di Jane da Thornfield e con la sua sistemazione di fortuna a casa di St. John Rivers e, per tutta la prima parte del film si oscilla tra passato e presente.


Viene accennata l’infelice infanzia della protagonista, orfana dei genitori e allontanata dalla zia che avrebbe dovuto prendersene cura, ma che spinta dall’egoismo e dal disprezzo la fa rinchiudere nel rigido collegio di Lowood, famoso per la severa disciplina con cui vengono trattate le alunne. Qui c’è solo un rapido accenno all’amicizia che lega Jane ad Helen Burns, aspetto che invece meritava di essere approfondito per come fa risaltare quella che è l’essenza di Jane: il carattere indomito, la capacità di creare un legame profondo anche quando significa andare contro tutte le regole, l’estrema dedizione e la tenacia nelle proprie idee. Fukunaga non ci mostra che uno scorcio di questa parte piuttosto consistente di romanzo, e personalmente non condivido appieno questa scelta. Logicamente, qualcosa andava tolto, ma sembra che in fondo il regista abbia scelto di focalizzarsi unicamente sul rapporto tra Jane e Rochester, tralasciando tutto il resto.


E’ vero, Jane Eyre è anche una storia d’amore. Ma soprattutto è la storia di una donna di incredibile temperamento e indipendenza, assolutamente anticonformista per i tempi in cui visse. Una donna che non aveva nessuna di quelle qualità (soldi ed avvenenza) che, ai tempi, ma forse (tristemente) anche al giorno d’oggi, le permettevano di fare strada. Ma aveva un cervello e abbastanza tempra morale per non soccombere davanti agli ostacoli che la vita le poneva. Una donna che, messa davanti ad una scelta ‘scomoda’, preferisce perdere tutto pur di non perdere se stessa. E questo, credo sia il più grosso insegnamento che ogni ragazza, da duecento anni a questa parte, possa trarre da un personaggio del genere.
Ma torniamo al film.


L’arrivo a Thornfield e il conseguente inserimento come istitutrice (Istitutrice, traduttori, Jane è l’istitutrice, non la governante!) della piccola Adéle, pupilla e forse figliastra del signor Rochester, padrone della cupa ed isolata dimora, cambiano la vita di Jane. Come dicevo, le ambientazioni sono sublimi, ma davvero troppo, troppo cupe. Non bastano corridoi bui e candele dalla fievole fiamma a creare un’atmosfera gotica, soprattutto se poi si sceglie volutamente di tagliare le gambe a qualsiasi altro elemento di suspence all’interno della casa.
Sì perché Thornfield e il suo proprietario, che nel frattempo si è invaghito della piccola istitutrice, nascondono un terribile segreto, ma io credo che, senza aver letto il libro e aver visto altre versioni cinematografiche, sia davvero difficile capire che qualcosa si cela tra quelle tetre mura.


Dov’è Grace Poole, forse la presenza più inquietante all'interno del palazzo, che insospettisce e terrorizza Jane fin dall’inizio? La sua è una semplice apparizione nel finale. Così come la stessa Bertha, che si limita a qualche fioca risata. Non ci sono sguardi ambigui tra i domestici, ne strani avvenimenti scuotono l’equilibrio del palazzo, se si escludono l’incendio nella stanza di Rochester, che comunque passa molto in sottotono e l’aggressione a Richard Mason, anch’essa piuttosto sbrigativa.


La pellicola di Fugunaka perde completamente di mordente superata la prima metà. E questo appiattisce, a mio parere, anche l’avvicinamento tra Jane e Rochester.
Le scene sembrano spesso didascaliche. Non si avverte la passione, il senso del proibito, la tensione che intercorre tra di loro. La scena in cui, più delle altre, ho notato questo livellamento di emozioni è la scena della fuga di Jane dalla sala in cui Blanche sta intrattenendo Rochester con frivole chiacchiere e malignità nei confronti delle istitutrici. Lui la segue, ma tra loro non c’è quel sofferto e talvolta esasperato gioco del gatto e del topo che riempie di pathos il libro. Lui è fin troppo gentile e premuroso e lei fin troppo fredda.


Edward e Jane non sono così. Tra loro c’è una scintilla sempre sfrigolante. Lui la stuzzica e lei replica a tono, lui la mortifica e lei si chiude a riccio, lui la cerca e lei indietreggia. E’ un gioco al massacro. Lui ha un passato troppo doloroso alle spalle per riuscire a fidarsi totalmente. Si muove verso di lei con sempre maggior curiosità, ma fondamentalmente protetto dietro la superiorità del ‘padrone’. Lei è forte, ben decisa a non soccombere a questi attacchi sempre più frequenti, atteggiamento perfettamente esplicato nel discorso esasperato, furioso, che gli rivolge poco prima che lui si dichiari: ‘Credete che potrei rimanere e non essere più nulla per voi? Credete che io sia un automa, un meccanismo insensibile? Che possa sopportare di veder strappato di bocca il mio pezzo di pane? Di veder gettato via dalla coppa il sorso d’acqua che mi è necessario per vivere? Credete, perché sono povera, oscura, brutta e piccola che io sia senza anima e senza cuore? Vi sbagliate! Ho un’anima come voi e un cuore forse più grande del vostro!


Questo qualcosa traspare chiaramente nella versione di Zeffirelli del 96.
Forse anche perché, a mio parere, i due attori erano più ‘in parte’. Lei, Charlotte Gainsbourg, decisamente più ricca di espressione rispetto alla bellissima, ma piuttosto smorta Mia Wasikowska. Lui, William Hurt, poco adatto per via dei colori chiari, ma perfetto nell’atteggiamento cinico e fortemente ironico che riserva a Jane. E’ più gentiluomo del Rochester portato sullo schermo dal fin troppo bello Michael Fassbender, ma in qualche modo anche più ‘sbruffone’, una maschera per celare i demoni che vivono nella sua anima.
Adoro questo personaggio!


Per concludere questa recensione, che alla fine, come temevo, si è tramutata in un divagare senza sosta sul capolavoro di Jane Eyre, il finale è probabilmente la cosa che ho digerito di meno.
Buttato lì, un po’ così, tanto da lasciare chiaramente quella sensazione di voler ‘tagliare corto’.
Non mi sono alzata dalla poltrona del cinema esclamando ‘Wow!’, ne mi sono minimamente commossa o emozionata. Non è affatto un film da buttare, o da non vedere, anzi, ha sicuramente molti pregi. Ma la scintilla non è scoccata e, per questo, credo che ancora una volta la mia versione preferita resterà quella di Zeffirelli: per i personaggi, per le emozioni, per le ambientazioni, per le musiche (sublimi) e per l’incredibile e suggestivo uso dei chiari e scuri.
Perché le ombre non sono meno importanti della luce.

Il trailer è molto convincente. Peccato che alcune scene non compaiano proprio nel film...


domenica 17 aprile 2011

Angeli e insetti: i segreti inconfessabili di una famiglia vittoriana


Angeli e Insetti è un libro di Antonia S. Byatt, ma si tratta in realtà di due racconti, e vorrei qui parlarvi soprattutto del primo, Morpho Eugenia, dal momento che il secondo racconto, L’angelo coniugale, non conserva, a mio parere, che una pallida eco della forza narrativa e del fascino magnetico del primo.
Protagonista di Morpho Eugenia, ambientato nel 1860, è un giovane studioso di scienze naturali, William Adamson, il quale ha trascorso dieci anni in Amazzonia, e ha fatto naufragio tornando in Inghilterra, salvandosi ma perdendo tutto.
William viene così accolto dalla famiglia Alabaster, con il cui signore ha intrattenuto una lunga corrispondenza durante i suoi anni in Amazzonia, e qui non può fare a meno di sentirsi attratto dalla bellissima figlia di lui, Eugenia, una donna che sembra fatta ‘d’avorio e d’oro’, fragile e magnifica come una farfalla.



Eugenia, tuttavia, ha un triste passato sulle spalle, e un terribile segreto che grava nel suo cuore come un peso di cui non può liberarsi: ad un passo dalle nozze, ha perduto il suo sposo, morto suicida per una colpa da lei commessa.


William vorrebbe restituirle il sorriso, ma allo stesso tempo sa di non poter avanzare pretese sulla signorina Alabaster, essendo la differenza di classe un ostacolo alla loro unione. Lei appartiene ad una famiglia rispettabile, lui è il figlio di un macellaio, entomologo senza un centesimo e senza prospettive. E’ perciò con grande stupore che apprende il desiderio di Eugenia di divenire, nonostante tutto, sua moglie. Il matrimonio viene celebrato, e subito arrivano i figli. William dovrebbe sentirsi al settimo cielo per le grazie che gli sono piovute dal cielo, lui, di bassi natali, accettato ed accolto in seno ad una famiglia tanto in vista.







Ma non sempre è tutto oro quello che luccica, e ben presto William si renderà conto di essere passato da una condizione di relativa libertà, in cui, sebbene povero aveva un lavoro soddisfacente che dava senso alla sua vita, ad una realtà di corruzione e peccato, avente a che fare col segreto della moglie, che potrebbe trascinarlo in un’abiezione morale senza scampo.




Il racconto è indubbiamente magnifico, scritto superbamente e molto suggestivo. Le atmosfere vittoriane sono rese alla perfezione dalla Byatt, già acclamata autrice di Possessione, e i personaggi sono delineati in maniera perfetta.
Uno, in particolare, sulla quale vorrei soffermarmi è il personaggio di Matty Crompton, l'istitutrice, che non può non richiamare alla memoria un altro grande personaggio della letteratura vittoriana, IL personaggio dell'istitutrice indipendente, determinata e intelligente per eccellenza: Jane Eyre.
Matty Crompton è una novella Jane Eyre, per i motivi sopra citati, e per il fatto che alla fine, si rivela essere l’unico personaggio veramente positivo di tutto il racconto. Non è facile identificarla come tale da subito: Matty è insignificante agli occhi della maggior parte degli abitanti della casa, veste in modo austero, è silenziosa e piuttosto solitaria. Ma Matty è anche molto laboriosa, è una persona in gamba, è una donna che, nonostante l'umile condizione, ha studiato formandosi una cultura e idee ben precise su come vada il mondo.




Ma soprattutto, Matty ha una passione fuori dal comune per la materia studiata da William, le scienze naturali, e sarà questo a far avvicinare incredibilmente i due personaggi, lasciando che tra di loro si formi un rapporto basato inizialmente sulla collaborazione e la sintonia, per poi diventare qualcosa di più profondo e intimo.
Così William, inizialmente attratto dalla bellezza e dal fascino della colorata farfalla Eugenia, capirà quanto in realtà queste caratteristiche non siano che un’illusione effimera e irreale, mentre la determinazione e la perseveranza di una tenace formica, Matty Crompton, lo salveranno dal baratro in cui stava per scivolare a causa della propria poca obbiettività.





“Due cuccette…”, disse William.
“Verrò con voi. Mi avete trasmesso un grande desiderio di conoscere tutti quei luoghi paradisiaci, e non avrò pace prima di aver visto il grande Fiume e aver respirato l’aria dei Tropici”.
“No, non potete, - disse William. – Pensate alle febbri, pensate alle terribili creature velenose, pensate ai cibi scarsi e sempre uguali, agli uomini grossolani di laggiù, all’ubriachezza…”
“Eppure voi desiderate tornarvi.”
“Io non sono una donna.”
“Ah! E io lo sono”.
“Non è un posto adatto ad una donna…”
“Ma laggiù ci sono, le donne”.
“Si, ma non donne del vostro tipo”.
“Non credo sappiate che tipo di donna sono io”.


Il film
Da Morpho Eugenia è stato tratto anche un film del 1995, di Philip Haas, che conserva il titolo Angeli e Insetti, sebbene tratti solo il primo dei due racconti.
E’ un film ben fatto per quanto riguarda costumi e scenografie, molto vittoriane, e segue la trama del romanzo pedissequamente, facendo uso di un raffinato simbolismo per quanto riguarda gli abiti femminili, che spesso richiamano degli insetti.




Tuttavia, per quello che ho riscontrato io guardandolo, non è in grado di rievocare le atmosfere misteriose quasi surreali che circondano le vicende dei protagonisti. Il libro ha indubbiamente qualcosa in più: più vita, più cuore…più anima.
Il film, per quanto lo riprenda alla lettera, manca totalmente di verve. Le scene sono spesso scollegate tra di loro, tanto che più di una volta mi sono stupita di quanto rapidamente il regista abbia trattato certi passaggi…Insomma, non mi ha convinto.
Senza contare che la locandina e il riassunto introduttivo del DVD affermano in modo piuttosto imbarazzante che il film è tratto da ‘un classico della letteratura erotica’. Ma quando mai?
Sicuramente nel libro sono presenti scene di sesso, scritte peraltro con estrema delicatezza e niente affatto ‘erotiche’, scene che il regista ha pensato di ampliare e descrivere in maniera piuttosto esplicita, ma definire questo racconto un classico della letteratura erotica mi sembra davvero un pessimo modo di pubblicizzare un prodotto nel peggiore dei modi. (Ben inteso che non ho nulla contro tal genere, ma non trattandosi di ciò, non vedo perché invece affermare il contrario!).
In conclusione, libro consigliatissimo, per quanto riguarda Morpho Eugenia, film un po’ meno, anche se costumi e ambientazioni meritano!





giovedì 17 marzo 2011

L'Italia s'è desta: Il Gattopardo


Centocinquanta anni fa esatti, Vittorio Emanuele II veniva incoronato Re d’Italia, un’Italia novella, appena nata, sorta dalle ceneri di quello che era uno sterminato ammasso di stati e staterelli, un organismo vecchio ormai in disfacimento, di cui si doveva cambiare tutto, per fare in modo che, unificato, tornasse a vivere e prosperasse.
Per celebrare questa giornata voglio parlarvi di un grande capolavoro della letteratura e del cinema: Il Gattopardo.
Scritto da Tomasi di Lampedusa e portato sullo schermo dal grande Luchino Visconti, Il Gattopardo parla proprio di questo, di quando, centocinquanta anni fa, il nuovo spazzò via il vecchio, per sempre. Una generazione, quella dei gattopardi, i fieri aristocratici di un tempo, tramontava ormai definitivamente per lasciare spazio alla nuova generazione, quella dei borghesi, dei ‘nuovi ricchi, capaci di muoversi sul moderno suolo italiano e trarne profitto.


Noi fummo i Gattopardi, i leoni...
Quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.


Il Gattopardo è un romanzo superbo, amaro, nostalgico. Capace di entrarti dentro e di bruciarti come il clima rovente di questa Sicilia così finemente descritta tra le sue pagine, capace di ammaliarti con i suoi personaggi, nobili ed alteri taluni, bassi e meschini altri, ma tutti, tutti , abilmente descritti, nelle vittorie e nelle disfatte, dalla maestria di Tomasi di Lampedusa, ultimo erede e narratore di un mondo ormai perduto per sempre, quello dei Gattopardi.
Protagonisti, il fiero principe Fabrizio di Salina ultimo esponente di una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e suo nipote Tancredi, che sa fiutare il cambiamento e seguirlo, sposando Angelica, figlia del sindaco Don Calogero Sedara, piccolo borghese arricchito dalla nuova Italia, sebbene uomo rozzo e dai modi del tutto inappropriati.




Assistendo allo sbarco dei Mille, il principe Fabrizio assiste anche, con la fine del regno borbonico, alla fine della sua epoca. La nobiltà cede per sempre il posto alla nuova classe sociale in ascesa, composta di personaggi avidi, meschini e privi di scrupoli, cui si unirà in seguito, anche l’amato nipote Tancredi, subdolo e scaltro arrampicatore sociale. E’ la fine di quegli ideali che avevano, sino a quel momento, guidato un'era.




Lo scontro tra i due mondi appare evidente, sullo sfondo di una Sicilia dai paesaggi violenti, dal clima rovente, terra su cui nevica fuoco, i cui abitanti sono addormentati, perché il sonno, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; il sonno e la morte, dunque; la fascinazione irresistibile per un passato che attrae, appunto, proprio perché è defunto.
Ma se il romanzo è superbo, il film, del 1963, è un capolavoro.
Visconti, perfezionista come pochi, dirige un opera che è tutt’uno con ciò che la penna di Tomasi di Lampedusa ha creato sulla carta: ambientazioni, personaggi, costumi, dialoghi. Non c’è una virgola fuori posto e la raffinatezza dei dettagli rasenta quasi l'ossessione in un'opera che, comunque, non fa dell'estetica la sua unica carta vincente.
Perfetti anche gli attori: l'austero Don Frabrizio è interpretato da un eccezionale Burt Lancaster, Tancredi, il nipote intrigante e scaltro, ha il volto dell'affascinante Alain Delon, mentre a portare sulla scena la bellissima Angelica è Claudia Cardinale, superlativa in tutti i sensi.





La scena, famosissima, del ballo gli valse due Nastri d'argento: miglior scenografia e miglior fotografia.



Una vera opera d'arte, imperdibile per chiunque ami i film in costume e il Risogimento.

Il Gattopardo
: l'arrivo di Angelica


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